Logo Blogo

Matrimonio di mozziconi

Pubblicato: 10 mag 2005 da Francesca Mazzucato

Mozziconi, pronti all’uso, mozziconi dell’abuso, stessa perversa passione del pittore Francis Bacon, del pittore che il corpo lo amava in maniera precisa, ossessiva, corpo maschile, omosessualita drogata di popper e vinile, vomitata sulla tela, bruciata sulla pelle come colore che diventa fiamma, desiderio di ordinare la realtà rappresentando il caos, desiderio dei fatti che nei corpi prendono forma, del caos che va e che poi torna,sul corpo fino alla devastazione, la carne a brandelli che sembrano belli, arzigogolati, rossori e zone nascoste, bruciate da cicche fumate fino a metà, mozziconi ecco la chiave, inusitata felicità mista a dolore, marchiata a fuoco nelle parti molli, il segno di te insieme allo sperma. Mi governi, mi governa. Mi fermi, mi ferma.


Volgarmente facile stringerci ora che il resto è svanito. Per Bacon nei giorni dei corpi in contatto non avveniva nulla. Solo funzioni fisiche primarie che esaltavano la componente istintuale(come noi prima su quel viale a scopare senza pensare a chi poteva vederci e passare e chiamare poliziotti e carabinieri, questurini per repressioni, noi incuranti, vogliosi senza schermi o protezioni). Solo funzioni primarie, pezzi di visi rosei e tumefatti in cui gli arti paiono soggetti a mutazioni genetiche o “gemetiche” perché io gemo, il dolore è forte e il tormento è osceno, forse per Bacon lo era di meno. I suoi quadri, i suoi volti aggrovigliati in atti sessuali su letti sfatti, in un cocktail acutizzato da tutto l’alcol ingurgitato, i suoi volti in una visionaria e paranoica processione, purificami oh signore, processione come rumorosa babele, e poi alcol caleidoscopio di colori sgocciolanti e poi quelle tele e ancora il bruciore, godimento e pornografia controvoglia, io e te sulla soglia di qualcosa di pericoloso, annoso, lunghissimo e istantaneo. Tutto, fuori, sembra un accontentarsi da poveracci. Noi coi nostri stracci di passione, colla foga del nostro niente ci sentiamo altro. Volgarmente facile tormentarci ora che l’infinito può essere a disposizione. Lo voglio, lo vuoi, lo chiedo, lo fai. Bruciare.Mozziconi. Una storia di cicche la nostra, una metafora di carne e pacchetti, consumati e accartocciati, e accendini sempre dimenticati. Mozziconi dolorosi. Un segno sulla mano, e un altro e un altro ancora. Ti lascio bruciare il tempio col fuoco, lo voglio, lo vuoi, lo chiedo, lo fai. Passa attraverso. Passa attraverso la mia pelle bianca e rovinata. Passa attraverso. E’ azione politica e appassionata, ma è azione destinata a una conseguenza. A diventare feticcio nell’assenza di scrittura ossessiva, di analisi pervasiva di venerazione maniacale. Lo chiedo e lo fai. Mi assicuri che il tocco non sarà lieve. Cicatrizzo rapida ti rassicuro. Mi ripeti non sarà lieve, ma lo voglio, lo giuro e tu vuoi e lo fai, mi bruci bevi e mi scopi. Mi brucerai e andrai e quel cicatrizzare sarà lento a passare. Ma ora. Non lieve. Ti nutri di quel poco sangue che goccia, una roccia erosa il desiderio da sposa, l’illusione di purezza assoluta ruttata in una bevuta,la tua mano che tocca, il tuo pene che blocca. Con sperma e bruciature riapri le suture della pornografia famigliare, scivoli nelle insenature.
Blessures
Autobiografiche perchè su di me. Politiche perchè non solo mie. Bruciature come spie di una condizione. Il piacere come espiazione, doloroso stato di esaltazione. Bruciature. Belle, belle da vedere. Liriche, oltraggiose, simili a rose nel colore e nel profumo in questa terra di nessuno illuminata di neon che stanno per cadere e di merda di vite a perdere e di calci nel sedere, quando non inculate che terminano in una serie di risate. Bruciature. Le mie. Stanotte anche le tue, poche ore una manciata, una risata, una prova assonnata.
Le donne di ieri ridono forte ai passi cadenti, alle autodistruzioni incipienti, la nonna- regina si sarebbe avvilita, non avrei potuto farle sapere, dirle, lasciarle vedere. Le donne di oggi sono come me? Il fumo che moltiplica, la notte brava, la sposa. Ha macchiato di rosso il vestito, la ferita che goccia, il dolore che blocca. Oggi un sapore stanco mi ha affogato la bocca. Impastata di sabbia ho cercato conforto. Nell’alcol e nel dolore. Nel corpo offerto per la scrittura e per l’amore d’accatto, destinato a sciogliersi in un patto di reciproco darsi. Per poi disfarsi, sfarinarsi in un niente. Conseguente. Lo fai, ti dai, mi do, sono tutta, completa, sono regalo, sono oggetto amaro da sfregiare. Mi sfregi, sei in preda a spasmi di piacere il rumore è soffacato. Mi sfregi, l’hai voluto, l’ho chiesto e l’ho ottenuto, in quel momento ti ho amato. L’hai provato anche tu?Quante volte hai chiesto odio per sfuggirlo? Fai così anche se mendichi amore?
Ti prego, non bussare alla porta, ti prego, dopo questa deflorazione entra solo quando ti chiederò di farlo. Lasciami una veste, una sola. Lasciami tracciare la mappa delle bruciature.
Blessures
Lasciami tracciare la mappa dei lutti a venire, delle assenze da capire, delle distanze impossibili da coprire. Non funzionava con te la supplica, non sapevi chiedere permesso. L’accesso e non il possesso, il tuo famoso motto. E io allora nuda, senza veste, senza protezione alcuna. Io lacerata, con sangue che scende, che a terra rapprende, senza protezione,senza interdizione. Dopo l’atto la follia, la conclusione della pantomima, qualcosa che doveva avvenire mai o prima. Mi trappassavi il petto a ogni parola, non è un caso sono due anni e ti amo ancora.Eramo nell’albergo, il solito. Non te ne fregava niente di essermi entrato dentro, di avermi bruciato la mano, non ti fregava se non della mia reazione, volevi sentirti desiderato con la rabbia e lo sputo. Con la rivolta e non con il suono del liuto melenso infiacchito regredire di ogni sentire. E io non capivo che avrei dovuto andarmene. O chiedere aiuto.
Per un attimo mentre lo fai penso a noi due quasi vecchi seduti da qualche parte all’aperto a parlare di cose semplici e incoraggianti. Io e te con un nonnulla di cui preoccuparci, lontani dall’umidità ipnotica delle notti alcoliche, da alberghi a ore come questo( e i miei occhi girano per tutta la stanza, si soffermano sulle tende di un marrone spesso, sul frigobar che abbiamo dimenticato aperto. Posso davvero immaginarci lontani da un luogo come questo?)
Fatto, dici sollevandoti sul letto. Poi fai lo stesso alla tua mano, sempre la sinistra. E’ un attimo, si capisce che sei abituato, gesto preciso nello stesso angolo, accanto ad altre cinque o sei bruciature simili. Giustamente fiera ammiro la traccia nostro matrimonio profano, in ricchezza e povertà, in passione e malattia, la prenda e la porti via, semi nuda claudicante, con la mano bruciata, dica solo per sempre amata, vi dichiaro marito e moglie può baciare la sposa, vorrei un velo color ciclamino, sapere di portare in grembi un bambino- piccolo piromane, vorrei un bacio da telenovela, vorrei guardare la luna con la mano fasciata, vorrei che ci facessimo una bella pisciata per eliminare la birra bevuta, complimenti è la sua sposa,può farle davvero ogni cosa. Può stuprarla con determinazione ogni notte, può renderla compagna di lotte, bambina indifesa che cerca quel padre che non riusciva a lasciare gli odori, può prenderla per mano a ridare colori alle case, alle strade, alle chiese e alle gelaterie. Può morsicarle il labbro e come un cannibale masticare, può alzare il pugno e far fuori il vino, vi dichiaro marito e moglie, non aspettate le doglie, se non è pronto per la difesa può lavare l’offesa, andate in pace. O con la vostra inquietudine perenne, chi se ne frega. Andate a fanculo. Amen. Ti addormenti di colpo. Ti rigiri fra le lenzuola mugolando, anche guardandoti mi sto toccando, le fossette, i capelli ancora più spettinati, la purezza impossibile che ti giace accanto sul cuscino.
Ti lascio, mi alzo. Cerco un canale pornografico, guardo il bicchiere, quelli di plastica in dotazione anche negli hotel più schifosi, la cicche sono rattrappite, sembrano gamberetti o girini in fuga nel fiume di cenere mischiata a residui di un rosso fangoso e corposo, un rosso che mi ha dipinto le labbra di viola per tutta la sera.
Le cicche sembrano feti abortiti. O piccoli girini, o insetti pestati. Sottopelle mi scorri e mi ubriachi, perdo il senso del possibile, del reale, del credibile. Galleggio fra sogni e visioni. Ti guardo. Un supplizio. Sei bello, quel bello che mi distrugge, anche se dormi mi sbaragli difese e ragguagli. Ti sei conficcato fra le mie ossa e il mio cuore. Non so se è amore, ho la bocca impastata, altro vomito altra pisciata.
Hai un sonno a sussulti, ti risvegli poco dopo. Ti guardo mentre col mozzicone incidi ancora una volta la tua carne già precedentemente ferita da amanti passeggeri o da te in particolari momenti di solitudine bisognosa di autolesioni. E’ quasi un movimento involontario. Devi farlo appena alzato, non sorridi, non dici niente. Concentrazione perfetta.Ti osservo mentre lo fai, ti possiedo guardandoti mentre tormenti mani bellissime e già distrutte, segnate, ti amo sciamano di questa passione immolata, come la schiuma di latte della colazione in un sogno bambino- questo sento- questo mi appare davanti, e poi, il bruciore, il desiderio e le ore che sembrano istanti, che diventano minuti mentre la luce del mattino inesorabile si approssima. Mi fai girare sulla schiena, mi fai girare sfiorandomi appena. Lo sai che ti amo, mi giro ti guardo e non lo dico, ti amo in maniera intensissima, ti amo e ti voglio, divaricata e sconcia, assecondo le spinte, contraggo. Il profumo del tuo collo mi droga, la sapienza dei tuoi baci mi annulla, saliva, vino e sperma, fumo e una traccia di profumo ormai quasi svanita, affondo il naso nei tuoi capelli da indiano, continui e mi guardi, compiaciuto e assente. Mi riempi abbandonandoti sulle mie spalle senza sussurrare parole, ansimando appena, sorridi, mi guardi, per un attimo vulnerabile, un secondo solo, un istante. Poi ti giri scivolando fuori, il distacco è una febbre, una macchina del tempo al contrario (non volevo, quel tempo per una volta era perfetto, il desiderato istante, completo e appagante). Mozziconi ovunque, sigarette dilaniate per terra. Una canna, adesso, ti sembra una buona idea.
Mi rivedo bambina ad arrampicarmi sui tetti, a lucidare rossetti, mamma puoi fare la cioccolata, se vuoi anche i biscotti quelli a forma di quadrifoglio e di stella, ascolta la risata, mamma a volte fa paura il vento che sento di fuori, il distacco ha gli stessi odori, implosione, castrazione, è la vita che si sospende, che decide di abbandonarmi, che attende, lo spero, che non svanisca, che non scompaia come un sogno troppo dolce di nebbia porosa evaporata al mattino, come un sogno affollato, carrozzone di luna park di provincia, giostraio dai baffi scuri, bambino incantato di fronte ai pesci da vincere col fucile.
E adesso ho scoperto che le bruciature sono la mia fede nuziale. Se ti uccido, mi uccido, e se mi uccido posso permutare un morso al capezzolo con un nuovo pompino en plein air, bruciature per non essere sola, per riempire le stanze chiare di quella infanzia di tradimento, bruciature ripetute, l’evento, che mi ha risarcito, riempito, intontito, mi balocco in questi pensieri, ammiro i rossori di ieri, sulle gambe, le spalle l’altra mano . Poi torno a casa, il visibile torna invisibile, l’invisibile si fa visibile e la disperazione rimane a mezza via, un groppo che si arrampica in gola, lacrime a cui dare la caccia, e adesso mi tocca sperare che qualcuno custodisca il filo di quello che è stato nel labirinto dei mondi sconosciuti, che qualcuno mi racconti degli amori perduti, e un giorno forse di suicidi avvenuti( del ricordo? della memoria? di quella indelebile scintilla? della mia anima puttana? di qualcosa che ha a che fare con una casa un calore e un gomitolo di lana?)

1 stelle2 stelle3 stelle4 stelle5 stelle (nessun voto)
condividi condividi
2 commenti

Commenti dei lettori

(Inserisci un commento - Nascondi commenti anonimi)
  • Alessandro

    10 mag 2005 - 16:30 - #1
    0 punti
    Up Down

    Cara Francesca,
    ho letto tutto il racconto ed ha avuto l´effetto su di me di una lenta e progressiva allucinazione.
    Mi é piaciuto o no? mi chiedo. Ovviamnete é scritto benissimo, geniale la mistura di rime poetiche ed assonanze.Ad un certo punto l´ho trovato perdere peso e penetrazione, forse a causa della lunghezza.
    Ma é la prima volta che ti leggo,ogni autore ha il proprio suono ed é necessario farci “l´orecchio”.
    Grazie Francesca, per questa bella lettura.

  • Martina

    11 mag 2005 - 18:48 - #2
    0 punti
    Up Down

    Francesca
    per quanto mi riguarda non è la prima volta che mi perdo tra le tue righe. Ho letto avida di…come dire…di…bruciature. Avida di arrivare alla fine per sapere cosa lascia il segno e quanto e se il segno ce lo lasciano le stesse cose.
    I mozziconi sputati di una vita a due non mi bastano più. E la desolazione è immane.
    Seguire il fluire dei tuoi pensieri è stato fin troppo bello.
    Ti abbraccio come sempre
    Martina

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori.
Commenta questo articolo

Registrati per riservare il tuo nickname preferito su tutti i blog di Blogo e per caricare il tuo avatar. Se sei già registrato, effettua il login per usare il tuo nickname.

Si No
I commenti sono sottoposti alle linee guida per la moderazione.

Anteprima del commento